Autore: Lila Buckley
La temperatura media mondiale dei suoi primi undici mesi (14,60 gradi Celsius, pari a 58,28 gradi Fahrenheit) fa del 2004 il quarto anno più caldo da quando, nel 1880, si è cominciato a registrare i dati. Tra i mesi, febbraio, ottobre e novembre occupano il secondo posto, marzo e aprile il terzo. Queste cifre da primato, ricavate dalle serie mondiali curate dal Goddard Institute for Space Studies della NASA, mostrano la persistente tendenza alla crescita delle temperature mondiali. La media è passata dai 14,01 gradi Celsius degli anni '70 ai 14,26 gradi degli anni '80, per raggiungere poi i 14,40 gradi negli anni '90. Nei primi cinque anni del nuovo decennio siamo arrivati a 14,58 gradi Celsius. I cinque anni più caldi dell'intera serie cronologica si situano tutti tra gli ultimi sette, e al 1998 spetta il primo posto con una temperatura media di 14,71 gradi Celsius. L'aumento è imputabile soprattutto al sempre maggiore uso di combustibili fossili e al conseguente accumulo nell'atmosfera di CO2; il carbonio emesso intrappola calore che, in situazione normale, si disperderebbe invece nello spazio. Dall'inizio della rivoluzione industriale del 1760 le emissioni di CO2 sono costantemente cresciute, facendo salire le temperature. Le emissioni di carbonio continuano ad aumentare, e l'andamento climatico si modifica in consonanza. Nell'ultimo secolo si è registrato un incremento delle temperature di 0,6 gradi Celsius (concentrato soprattutto negli ultimi tre decenni), ma l'Intergovernmental Panel on Climate Change (un organismo mondiale cui partecipano oltre 1.500 scienziati) prevede per il 2100 una variazione globale verso l'alto tra 1,4 e 5,8 gradi Celsius. La variazione non sarà uniforme: le aree a quote e/o a latitudini elevate la subiranno in misura maggiore delle aree a livello del mare e/o in regioni equatoriali. Quasi nessuno mette in dubbio gli effetti devastanti che avrebbe un aumento della temperatura vicino ai massimi ipotizzati. Un rapporto preparato nel 2003 dal ministero della difesa americano ha analizzato le implicazioni per la sicurezza di un mutamento brutale del clima nei prossimi 20 anni. Uno dei possibili scenari ha mostrato che l'aumento potrebbe provocare siccità in vaste regioni agricole mondiali d'importanza fondamentale, crollo delle temperature in alcune regioni e calore estremo in altre, rivolte civili e migrazioni di masse per la crescente insicurezza sulla disponibilità di acqua e cibo. Ma secondo i modelli di cambiamento climatico anche un aumento prossimo al minimo ipotizzato provocherebbe più frequenti e devastanti tempeste, alluvioni, ondate di calore e siccità; tutti fenomeni di grande impatto sulla biodiversità ecologica, la salute umana, la sicurezza economica. D'altra parte, anche se negli ultimi decenni abbiamo sperimentato un aumento di solo mezzo grado Celsius, possiamo già notare in ampie aree del mondo le conseguenze del cambiamento climatico. Nel maggio 2003, ad esempio, un'eccezionale ondata di caldo ha provocato la morte di 1.600 persone in India, dove oramai i decessi per temperature eccessive si contano spesso a migliaia. Tre mesi più tardi, altre 35.000 persone sono morte in Europa per un'ondata di caldo durata varie settimane; le temperature record hanno danneggiato i raccolti in tutto il continente, provocando in quell'anno un crollo del 13% nel raccolto del grano in Europa. Negli Stati Uniti, un recente rapporto del Pew Center on Global Climate Change ha analizzato i risultati di 40 studi precedenti, ed ha rilevato un chiaro collegamento tra aumento delle temperature e i numerosi cambiamenti dei sistemi naturali in tutto il paese. Inverni più freddi, maggiori precipitazioni e primavere precoci stanno facendo sì che diverse specie di piante maturino con varie settimane di anticipo, alterando la catena alimentare degl'insetti e i cicli d'impollinazione delle piante stesse. Alcuni animali reagiscono al clima più freddo abbreviando i cicli d'ibernazione, qualche volta persino di 23 giorni rispetto a soli 15 anni fa, e si espongono così al pericolo di morire di fame in attesa che il loro alimento primaverile diventi disponibile. I cambiamenti climatici hanno modificato gli habitat di molte specie, che si spostano a nord e a quote più elevate per cercare temperature più moderate; secondo le stime, negli Stati Uniti quasi la metà delle specie selvatiche hanno già subito le conseguenze del cambiamento climatico. Effetti simili dovuti all'aumento delle temperature vengono constatati un poco dovunque nel mondo: la neve e il ghiaccio che ricoprono i picchi dell'Himalaya si sono ridotti del 30% negli ultimi 30 anni, aumentando il pericolo di alluvioni e esondazioni dei laghi glaciali. In Europa, a partire dal 1960 i fenomeni tipici della primavera, ad esempio lo sbocciare dei fiori, sono sempre più precoci, mentre quelli tipici dell'autunno, ad esempio il cambio di colore delle foglie, sempre più tardivi. Queste alterazioni stagionali hanno spinto gli uccelli a spostarsi in nuove aree e ne hanno modificato i percorsi migratori. Un nuovo studio, condotto per quattro anni da 300 scienziati e da responsabili locali di otto paesi, è arrivato alla conclusione che l'Artico, in cui il tasso di riscaldamento è quasi il doppio di quello medio mondiale, "sta ora subendo uno dei più rapidi e duri cambi climatici al mondo". Dal 1950, Siberia e Alaska si sono già surriscaldati di 2-3 gradi Celsius. Rispetto a 30 anni fa, la neve che ricopre l'Artico si è ridotta del 10% e il ghiaccio estivo copre una superficie di mare del 15-20% inferiore. Se le recenti tendenze si confermano, gli orsi polari non sopravviveranno probabilmente fino alla fine del secolo a causa dello sciogliersi dei ghiacci che rovina il loro habitat e compromette l'accesso al cibo. Anche la tundra e il permafrost si stanno velocemente sciogliendo, mettendo a rischio la sopravvivenza di molte specie terrestri e minacciando i trasporti. I sempre maggiori rischi e costi legati ai rapidi aumenti delle temperature hanno già spinto comunità costiere dell'Artico, ad esempio il villaggio di Shishmaref, e strutture industriali, ad esempio i depositi di carburante del Pechora Sea, a studiare l'opportunità di trasferirsi. I cambiamenti non influiscono solo sul benessere di tutti quelli che vivono nell'Artico; sono anche una chiara indicazione di ciò che aspetta il resto del mondo nel corso del XXI secolo. I dati sulla temperatura di quest'anno lasciano intravedere nuovi segni di quella che alcuni scienziati vedono come una nuova era geologica, l'Antropocene, nella quale le attività umane rappresentano il principale motore del sistema climatico mondiale. Di quanto supereremo le proiezioni minime di aumento della temperatura mondiale dipende da quello che sapremo fare, immediatamente, per tagliare le emissioni di carbonio e di altri gas a effetto serra. Possiamo continuare a usare combustibili fossili che danneggiano il clima, o possiamo decidere di passare alle energie rinnovabili, a tecnologie più efficienti, a politiche di cambiamento climatico più proattive.
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